mercoledì 9 dicembre 2015

Considerazioni sul territorio italiano

 
Il nostro territorio è vittima di speculatori senza scrupolo.
La bilancia che dovrebbe regolare il potere privato a favore del bene pubblico purtroppo pende dalla parte sbagliata.
L’Italia, prima ancora che fosse stato italiano, aveva già un’antichissima tradizione di sensibilità per la “publica utilitas”. Molti giuristi negli anni hanno cercato di rintracciare all’inizio del XX secolo, nel diritto romano e negli editti papali e dei vari stati sul territorio italiano, antichi concetti che regolavano il bene pubblico. Questo perché nel primo periodo piemontese, dopo l’Unità di Italia, si rovesciarono i pesi che regolavano il diritto dei molti a favore di quello privato, preferito dal Senato dell’epoca (che ostacolava le leggi in contrasto con il pensiero piemontese favorevole al diritto privato).
Come ricorda Settis, l’assemblea costituente pochi anni dopo, aveva ben chiaro quando scrisse la Costituzione, che il diritto pubblico sarebbe dovuto prevalere in tutti gli ambiti del nuovo Stato. Ad oggi constatiamo che la speculazione edilizia è ancora fortemente presente proprio per questa perdita culturale di importanza del pubblico bene, rispetto a quello del singolo speculatore.
In ambito territoriale è stata lunga la strada per arrivare a corrette norme per la pianificazione e soprattutto corrette definizioni. Oggi possiamo affermare che il paesaggio è tutto il territorio (non solo il “bel” paese di estetica crociana). Il giurista Predieri affermò la definizione corretta nel lontano ’69 in un suo articolo; dovremo aspettare fino alla Convenzione Europea del 2000 per ritrovare conferma di tale definizione.
In Italia ci siamo aggiornati, dopo una lunga tradizione di leggi sulla tutela nel XX secolo, con il Codice dei beni culturali e paesaggistici del 2004 (e successive modifiche del 2006 e 2008). Nel Codice troviamo la soluzione per un corretto controllo del paesaggio. Attraverso i piani paesaggistici redatti da ogni Regione bisognerà studiare il territorio, trovando le eventuali problematiche e rivedere azioni volte alla tutela del paesaggio, cercando di riallacciare la scissione tra tutela del paesaggio e pianificazione urbanistica, avvenuta nel ’42.
Con i piani quindi si controllerà tutto il territorio, con i vincoli sui beni paesaggistici invece (“nudi” da “rivestire” e “vestiti” dati dal piano) si andrà a controllare precise zone per le quali si ritiene esserci valore storico e artistico, in intesa tra Soprintendenza e Regione.
Purtroppo di piani paesaggistici come richiesti dal Codice del 2008 se ne trovano solo due approvati: quello della Regione Toscana e quello della Regione Puglia. Un numero decisamente esiguo per una così importante forma di controllo territoriale.
Il lavoro per redigere un piano è sicuramente lungo ed impegnativo, e comporta lavoro per anni tra studio, rilievo e pianificazione, ma rimane comunque l’unico modo per evitare le degradanti periferie, altro tema caldo dei nostri tempi, oppure esempi di contenzioso tra Soprintendenza e Comuni, come nel caso del Colle dell’Infinito.
Qualche anno fa a Recanati un privato cittadino fece richiesta al Comune per un ampliamento di cubatura per la propria abitazione. Il caso fece scalpore perché l’abitazione si trovava proprio nel raggio visivo che dalla casa di Leopardi va verso il famosissimo colle. Essendo presente un vincolo paesaggistico sul colle, la Soprintendenza cercò di bloccare l’autorizzazione con i mezzi che possedeva, cioè estendendo il vincolo. Il ricorso al TAR fu prevedibile e così anche il verdetto: il cittadino vinse perché la Soprintendenza aveva agito con un “eccesso di potere”, l’ampliamento di cubatura venne realizzato.
Questa spiacevole situazione si sarebbe potuta evitare se fosse stato approvato un piano paesaggistico con il quale, tenuti conto i vincoli sui beni culturali e paesaggistici, si sarebbe evitata a monte una richiesta inopportuna, per la tutela del territorio, come questa appena citata.
Altro esempio: fuori Roma la via Ardeatina, nella zona di S. Palomba, interi quartieri residenziali (già poveri si servizi per la comunità) stanno subendo un altro tremendo fenomeno. Fabbriche, discariche e depositi petroliferi stanno pian piano accerchiando le abitazioni; ci tengo a precisare che non sono abitazioni abusive.
Se a monte fossero stati previsti nella pianificazione, i diversi ambiti nel territorio, ora i cittadini non si troverebbero a dividere le uniche strade di accesso alle zone residenziali e alle scuole con enormi tir.
Questo per dire che, finché il controllo sul territorio non verrà regolato da accurati piani paesaggistici, si verificheranno purtroppo situazioni di questo genere, nelle quali, come già detto, vincerà il singolo (speculatore o non) rispetto ad un più importante bene pubblico.


giovedì 28 novembre 2013

Biserica Domneasca din Borzești, Onești, Romania (Chiesa ortodossa a Borzești)

La facciata principale della chiesa
Borzești era solo un piccolo villaggio della Romania nel XV secolo, oggi diventato ormai uno dei quartiere della cittadina di Onești.
Qui è nato e cresciuto Ștefan III, detto anche Ștefan cel Mare, in italiano, Stefano il Grande (1433-1504), che fu voivoda di Moldavia dal 1457 al 1504, diventando cosi anche l'unico sovrano moldavo ad aver governato per un arco di tempo cosi grande. Ștefan difese il suo regno dalle ambizioni espansionistiche del Regno d'Ungheria, del Regno di Polonia e dell'Impero ottomano. La lunga guerra contro i turchi ed il grande successo militare nella Battaglia di Vaslui lo resero molto popolare in Europa, tanto che Papa Sisto IV lo nominò verus christianae fidei athleta ("vero campione della fede cristiana") ed è venerato come santo dalla Chiesa ortodossa orientale, che lo ricorda il 2 luglio e considerato eroe nazionale sia dalla Romania, perché a lui si deve anche l’indipendenza della regione di Bucarest detta Valacchia, che dalla Repubblica Moldova. 
La Biserica Domneasca din Borzești è famosa per la leggenda che le ruota intorno e per essere l'unica chiesa costruita da Ștefan cel Mare, non per commemorare una vittoria, ma come ricordo di una perdita. Ștefan la costruì di sua iniziativa, insieme al figlio Alessandro, tra il 9 luglio 1493 e 12 ottobre 1494, in memoria di un amico d'infanzia, Gheorghita ucciso in quel luogo dai Tartari.
La chiesa vista dal viale che la congiunge con il museo di arte religiosa situato li vicino
La storia di Ştefan III
Figlio del voivoda Bogdan II di Moldavia, Ştefan apparteneva alla casa reale dei Muşatini. Secondo i racconti popolari tramandati di generazione in generazione, Ştefan sarebbe stato concepito durante un soggiorno di una notte di Bogdan a Borzești, dove egli trascorse la notte a casa di una giovanissima e bellissima vedova, per ripartire l'indomani versio Suceava. Prima di partire però, lascio alla giovane come regalo un anello d'oro sul quale erano raffigurate la corona reale e la firma del re. Dopo alcuni mesi la donna avrebbe partorito un bambino che fu appunto chiamato Ştefan.

Si racconta che all'età di dieci anni Stefano il Grande stesse giocando con altri bambini nella zona dove ora sorge la Chiesa di Borzești. Per simulare la battaglia tra moldavi e tartari in corso all'epoca, i ragazzi si erano divisi in due gruppi e avevano legato per scherzo un giovane, Gheorghita, ad un'imponente quercia. Improvvisamente i giovani, sentendo l'arrivo dei tartari, scapparono e Stefan rimase li a combattere contro gli invasori con pochi altri . Alla fine della battaglia, emerso vittorioso, si accorse molto presto di non poter gioire in realtà: il giovane Gheorghita era morto, ucciso da una tempesta di frecce del nemico. Il ragazzo era rimasto legato alla quercia per tutta la battaglia senza essere liberato da nessuno.
Ştefan venne incolpato della morte del suo amico e venne portato assieme alla madre a Suceava davanti al sovrano che era, anche se da poco, proprio Bogdan. Una volta davanti al re la donna gli mostrò l'anello che lui le aveva donato 10 anni prima e gli disse che quello che aveva davanti non era altro che suo figlio. Bogdan allora lo prese sotto la sua protezione al palazzo reale e padre e figlio si ritrovarono.
I resti della quercia dove morì il giovane Gheorghita
Stefano non scordò mai la morte di Gheorghita e giurò che lo avrebbe vendicato. L'albero al quale il giovane era legato è ancora in quel luogo a ricordo della sua morte, chiuso in un campanile di legno.
Cresciuto ormai, in una battaglia contro le orde tartare ebbe l'occasione di uccidere il guerriero che quel lontano giorno aveva attaccato insieme alle sue truppe il villaggio di Borzești e aveva ucciso il suo amico.

La chiesa nel XX secolo prima degli ultimi restauri
La Chiesa di Borzești
Come ricorda una scritta incisa nella chiesa, la costruzione è stata realizzata dal principe Stefano il Grande e suo figlio, Alessandro, in un anno , tre mesi e tre giorni.
Vista laterale, si possono notare le grandi finestre gotiche
La grande chiesa è stata costruita in stile moldavo, ha una pianta rettangolare ad una navata, divisa in due ambienti che si susseguono da una muro. Presenta una una facciata decorata con ceramica smaltata e mattoni in pietra. La costruzione è in ciottoli di fiume legati tra loro da una malta composta da uova e sangue animale. Ricorda altre chiese moldave del periodo di Ştefan III, anche se non ha il tipico campanile presente nelle chiese di questo stile. Vi sono grandi finestre di stile gotico sui lati della navata e all'interno le coperture degli ambienti sono cupole divise da archi in pietra, il tutto in stile moldavo.
Le decorazioni nel nartece
Le decorazioni sopra l'altare
La chiesa è stata restaurata tra il 1993 e il 1994 non mettendo particolare cura nel preservare l'antico, differenziando il nuovo.
Quello che rimanere del XV secolo sono un dipinto su parete originale raffigurante Gesù, profanato putroppo dalle spade della Tartari all'epoca delle invasioni, e il passaggio in pietra che collega i due ambienti interni della chiesa. Si racconta che l'altezza di questo passaggio fosse stata misurata su quella di Ștefan cel Mare (compresa la corona in testa), voluta da lui così ridotta per evitare di far entrare gli invasori a cavallo.
Dipinto su parete del XV secolo
Passaggio in pietra che riporta l'altezza di Ştefan III
Nel 2004 l'interno è stato totalmente dipinto dall'artista Gregory Smith che ha realizzato decorazione e scene della vita di Ştefan III e delle sacre scritture in finto stile bizantino del XV secolo.



Sitografia:
http://www.crestinortodox.ro/biserici-manastiri/biserica-borzesti-67984.html
http://www.santiebeati.it/dettaglio/92580
http://ro.wikipedia.org/wiki/Biserica_Adormirea_Maicii_Domnului_din_Borze%C8%99ti
http://it.wikipedia.org/wiki/%C8%98tefan_III_cel_Mare
http://www.bacau360.ro/biserica-din-borzesti/
http://fototecaortodoxiei.ro/lacasuri-de-cult/biserici/biserici-din-moldova/alte-biserici-din-moldova/album

sabato 9 novembre 2013

La Biblioteca Angelica, Roma

La Biblioteca Angelica, tra le più antiche biblioteche d’Europa, ha il privilegio, che la rende famosa ed unica, di essere giunta a noi pressoché intatta nel patrimonio librario raccolto in più di quattro secoli. La biblioteca, pure di formazione religiosa, non ha tralasciato di aprirsi a tutte le dottrine, divenendo, nella città di Roma, come era nei desideri del suo fondatore il vescovo agostiniano Angelo Rocca (1546-1620), centro culturale di prestigio.

Nella storia secolare della biblioteca si distinguono tre fasi ben definite. Si formò inizialmente verso la fine del secolo XIII come biblioteca del convento di S. Agostino di Roma; in un secondo momento, alla fine del 1550, Angelo Rocca ne cambiò completamente la fisionomia facendovi confluire la sua già celebre raccolta libraria a condizione che la consultazione ne fosse resa pubblica; una terza ed ultima fase ebbe inizio, nel 1873, con la presa di Roma e la costituzione dello Stato unitario che sottrasse l’Angelica all’asse ecclesiastico inglobandola nel suo patrimonio.
Nel corso dei secoli precedenti la biblioteca si era arricchita di preziosi manoscritti, dono di nobili romani, ovvero trascritti o posseduti dai frati stessi, che alla loro morte, li avevano lasciati in eredità  al convento. Angelo Rocca diede alla nuova biblioteca una sede idonea, proprie rendite, un suo regolamento e volle che fosse aperta a tutti, senza limiti di stato e di censo. L'assoluta novità dell'istituzione voluta dal Rocca destò l'interesse di un pubblico sempre crescente e la fama della biblioteca si diffuse ben presto tra gli studiosi.
Circa trent’anni dopo la morte di Angelo Rocca (1652), gli agostiniani acquistarono le casupole tra piazza di Sant’Agostino e via della Scrofa, le demolirono e in quell’area costruirono un’ala del convento in cui trovò posto la nuova biblioteca. Essi affidarono nel 1658 il progetto a Francesco Borromini che aveva già lavorato alla costruzione delle due biblioteche romane: la Vallicelliana e la Sapienza. Oggi restano disegni dei progetti dell’architetto ticinese che lasciò l’esecuzione della biblioteca al suo assistente Francesco Righi; di questa realizzazione seicentesca oggi non resta nulla se non una descrizione sommaria in un documento di un secolo dopo, che la descrive come un grande ambiente rettangolare con quattro pilastri (due per parte) che sostenevano una volta tramite archi.
Le fondazioni furono terminate nel 1660 e un anno dopo era concluso anche il piano terra e si cominciò a lavorare al piano nobile, più precisamente ai muri della libreria. La disposizione e definizione degli spazi, testimoniata riprende temi e aspetti delle principali biblioteche barocche romane, diffusi dal fondamentale modello della Barberiniana: il doppio accesso (dalla parte del convento per i padri e dalla piazza per i forestieri), il grande “vaso” del salone fatto a volta ornata con stucchi, la presenza di ambienti accessori e di un “antilibraria” ornata con ritratti di uomini illustri, arricchita da una decorazione floreale. Direttamente dal modello borrominiano della Sapienza doveva il disegno degli arredi.
Nel 1661 Lukas Holste (1596-1661), custode della Biblioteca Vaticana, lasciò ai frati agostiniani la sua preziosa collezione di volumi a stampa (circa 3.000).
Nel 1667 un documento testimonia il pagamento avvenuto per la realizzazione della volta della biblioteca, avvenuta sotto la direzione di un nuovo architetto, Francesco Cortese. Nel 1670 circa verranno trasportati i libri all’interno della nuova biblioteca.
Nel 1740 gli agostiniani acquistarono la biblioteca del cardinale Domenico Passionei. Si raddoppiò così il patrimonio e l’ampliamento necessario per contenerlo venne affidato a Luigi Vanvitelli che, nel 1765, demolirà la biblioteca seicentesca per ricostruirne una sulle precedenti fondazioni. I muri perimetrali restano nella posizione come i precedenti e l’unico significativo intervento appare quello dell’ingresso della biblioteca; la posizione rimane la stessa ma lo scalone di accesso fu spostato per consentire un ampliamento del salone.

Nella prima metà del Settecento, il convento romano e la sua biblioteca fecero da sfondo alle controversie religiose dell'epoca: in Angelica sono presenti edizioni di testi proibiti ancora oggi fondamentali per gli studi e le ricerche sul periodo della Riforma e della Controriforma. La Biblioteca aveva ottenuto una speciale autorizzazione a possedere libri proibiti e proprio questa deroga alla censura le permise di conservare i circa 600 volumi della biblioteca del vescovo agostiniano Enrico Noris (1631-1704).
Nel 1873, come previsto dalla legge, emanata sei anni prima, di eversione dell'asse ecclesiastico, la biblioteca fu acquisita dal neonato Stato italiano.
Fra il 1934 e il 1940 furono aperte tre finestre sul lato prospiciente la piazza S. Agostino per consentire una migliore illuminazione, fu impiantato un nuovo sistema di riscaldamento e venne radicalmente cambiato l’arredamento. Gli antichi banchi di noce massiccio allineati lungo le pareti maggiori furono sostituiti da file di tavolini posti al centro della sala. Tale discutibile intervento stravolse il progetto vanvitelliano che venne poi nuovamente compromesso quando, negli anni successivi, fu completamente distrutto l’antico pavimento in cotto. I lavori di risistemazione coincisero nel 1940 con l’arrivo in Angelica della biblioteca dell’Accademia Letteraria dell’Arcadia. L’angelica rimase estranea agli eventi bellici del ’40-’45.
Nel 1975 entra a far parte delle proprietà del Ministero dei Beni e Attività culturali; attualmente la biblioteca possiede più di 200.000 volumi tutti consultabili su richiesta.

Bibliografia:
- Biblioteca Angelica, P. Munafò e N. Muratore, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1989
- Quaderno dell’Istituto di storia dell’Architettura, Università degli studi di Roma “La Sapienza”, fascicolo 32 – 1998, articolo p.27 “Borromini e la Biblioteca Angelica: storia di un’esperienza interrotta” di R. Samperi
- Quaderno dell’Istituto di storia dell’Architettura, Università degli studi di Roma “La Sapienza”, fascicolo 32 – 1998, articolo p.37 “Francesca Borromini alla Biblioteca Angelica: disegni, progetti e vicende storiche” di M. Carusi
- http://www.bibliotecaangelica.beniculturali.it/
- http://it.wikipedia.org/wiki/Biblioteca_Angelica

domenica 3 novembre 2013

Il Corridore o Cassero di Prato

Il Cassero dal lato di viale Piave
Una vista aerea del centro di Prato. Si nota chiaramente il tracciato del Corridore
Il Corridore o Cassero Medievale è un lungo camminamento fortificato che un tempo metteva in comunicazione le mura civiche con il Castello dell’Imperatore nella città di Prato.
Il Cassero è il primo esempio realizzato di corridore e fu preso a modello nell'architettura medievale in numerose città italiane; un famoso esempio è il “passetto” o corridore di Borgo S. Angelo che collega Castel S. Angelo con il Vaticano, costruito alla fine del ‘400 a Roma.
Fonte: Il corridore di Prato, una fortificazione medievale restaurata. di Riccardo Dalla Negra, Pietro Ruschi. 
Il Corridore, costruito dai fiorentini nel 1352 circa per facilitare l’ingresso delle loro truppe all'interno della città conquistata, permetteva di entrare dall'esterno di Prato e di arrivare fino al Castello dell’Imperatore posto nel cuore della città, senza essere né visti né sentiti dai cittadini. Il percorso interno rialzato di 3 metri rispetto al piano di campagna, le strette feritoie e il pavimento in terra battuta furono gli stratagemmi che aiutarono i fiorentini a mantenere l’incertezza nei pratesi sul numero di truppe presenti in città. Il camminamento superiore era secondario e collegato attraverso qualche botola con il camminamento interno ed era protetto da merli.
Il corridore venne costruito su un antico tracciato già utilizzato dai fiorentini all'inizio del ‘300 e con la sua lunghezza divideva in due una buona porzione di città; i cittadini potevano attraversarlo solo a livello della strada in due punti, i due archi chiamati uno di S. Giovanni (verso il castello) e l’altro di S. Chiara (verso le mura).
La funzione e la forma del Cassero rimasero invariati per due secoli finché nel XVI secolo iniziò un progressivo abbandono e il corridore iniziò a perdere la sua integrità fisica.
Fasi del Cassero: 1 fig 1820, 2 fig 1873, 3 fig 1909, 4 fig prima dei lavori del 2000
Fonte: Il corridore di Prato, una fortificazione medievale restaurata. di 
Riccardo Dalla Negra, Pietro Ruschi. 
Nell’ ‘800 il corridore divideva ancora in due la città e, avendo perso la sua funzione militare, il Genio civile decise di demolire nei due punti di passaggio, dove vi erano gli archi, i relativi tratti di mura.
I danni maggiori arrivarono negli anni 30 del XIX secolo con la realizzazione di viale Piave. Lo sventramento fu di grandi dimensioni e venne demolita la porzione di Cassero più grande. La nuova strada creò un’area di risulta accanto al Corridore che si saturò di capannoni, la maggior parte presenti ancora oggi.
Progetto di sventramento per la creazione di viale Piave (anni '30)
Fonte: Il corridore di Prato, una fortificazione medievale restaurata. di 
Riccardo Dalla Negra, Pietro Ruschi. 
Fonte foto di sinistra: Il corridore di Prato, una fortificazione medievale restaurata. di Riccardo Dalla Negra, Pietro Ruschi. 
Alla fine degli anni ’80, dopo un plurisecolare abbandono, il corridore tornò all'attenzione dei cittadini e si vide un primo intervento di consolidamento condotto dalla Soprintendenza dei Beni Ambientali ed Architettonici fiorentina. 
Fortunatamente qualche anno dopo l’Amministrazione Comunale decise di ripristinare il Cassero su progetto degli architetti Riccardo Dalla Negra e Pietro Ruschi, concluso alla fine del 2000.
L’idea degli architetti è stata quella di realizzare un intervento sia conservativo, per le parti antiche rimaste in piedi, che architettonico di completamento, per restituire continuità all’antico tracciato ormai compromesso, facendo in modo che il Corridore diventasse un percorso espositivo per mostre temporanee.
Il tratto progettato dal lato di viale Piave
Piante del progetto del  2000
Fonte: Il corridore di Prato, una fortificazione medievale restaurata. di 
Riccardo Dalla Negra, Pietro Ruschi. 

Prospetto e sezione del progetto del 2000
Fonte: Il corridore di Prato, una fortificazione medievale restaurata. di Riccardo Dalla Negra, Pietro Ruschi. 
Sull’attuale viale Piave, dove lo sventramento è stato più invasivo, era impossibile pensare ad una ricostruzione. E’ stata progettata allora una diversa pavimentazione in cubetti di porfido che evidenzia l’antico tracciato del Cassero, permettendo un'ideale riconnessione con il Castello dell’Imperatore.
Moderna pavimentazione che evidenzia l’antico tracciato del Cassero
Il Cassero dal lato di viale Piave
Fonte: Il corridore di Prato, una fortificazione medievale restaurata. di Riccardo Dalla Negra, Pietro Ruschi. 
Il problema degli accessi alla quota sopraelevata del Corridore è stato risolto in modo diverso nei due ingressi del percorso espositivo. 
L’intervento architettonico dal lato di via Piave è in continuità con il Cassero per forma e dimensione, anche se sono stati utilizzati materiali moderni come legno e ferro. All’interno del volume è presente una scala per raggiungere la quota del camminamento interno e la parte di ingresso che guarda il Castello è chiusa da una grata per permette la vista sia dall’interno verso l’esterno e viceversa. 
Un filare di cipressi parallelo al tracciato serve ad indirizzare meglio lo sguardo verso il Castello dell’Imperatore.
L'ingresso del Cassero dal lato di viale Piave
L'ingresso del Cassero dal lato di viale Piave
L’intervento dal lato delle mura aveva problematiche differenti rispetto a quello di viale Piave. La zona era scoperta e per proteggerla dagli agenti atmosferici è stata creata una copertura piana in ferro e legno. E’stata rinvenuta poi una rampa cinquecentesca, utilizzata per raggiungere la quota del camminamento interno dal piano stradale, ed è stato quindi possibile riaprire la porta dello stesso periodo, una volta murata quella superiore trecentesca. 
Una moderna scala posta esternamente al Cassero serve a collegare il camminamento interno con quello superiore esterno, circondato da merli che sono stati rinforzati con un reticolo armato.
Ingresso dal lato delle mura cittadine
Fonte: Il corridore di Prato, una fortificazione medievale restaurata. di Riccardo Dalla Negra, Pietro Ruschi. 
Ingresso dal lato delle mura cittadine
Ingresso dal lato delle mura cittadine. La porta aperta è chiamata "del Soccorso"
Scala che porta alla zona esterna dove è possibile salire al camminamento superiore del Corridore
Camminamento superiore
Fonte: Il corridore di Prato, una fortificazione medievale restaurata. di Riccardo Dalla Negra, Pietro Ruschi.
Il tratto di Cassero che era stato abbattuto all'altezza dell'arco di via di S. Chiara non permetteva la continuità nel percorso espositivo ora progettato. E’ stato costruito allora un ponte, nuovo nella sua forma e nei materiali (sempre ferro e legno), che collegasse le due parti rimaste del Corridore medievale.
Il ponte su via di S. Chiara
 
Le antiche murature trecentesche sono state stuccate esternamente per impedire l’accesso dell’acqua piovana che avrebbe danneggiato l’antica struttura arrivata fino a questi momento a noi. 
All’interno invece la reintegrazione delle lacune degli intonaci trecenteschi e stata fatta sottorilievo in modo che si potessero evidenziare gli intonaci antichi rispetto a quelli moderni.
Tratto che da viale Piave va verso via di S. Chiara
Interno del Corridore
Particolare interno
Gli intonaci reintegrati sono stati eseguiti sotto livello per rendere più rilevanti quelli originali
Oggi il Cassero è un esempio di restauro architettonico ben riuscito. Gli architetti hanno seguito, quanto possibile, il principio del “minimo intervento” e il progetto è stato effettuato con sensibilità critica e storica. Il camminamento interno è stato sfruttato al meglio grazie dalla destinazione d’uso scelta, in modo che il percorso del Corridore potesse essere apprezzato per intero. Il cittadino, soprattutto, può comprendere la natura del suo antico tracciato attraverso segni moderni ideati nel rispetto della preesistenza.

Bibliografia:
Riccardo Dalla Negra, Pietro Ruschi. Il corridore di Prato.Una fortificazione medievale restaurata. Edizioni Firenze. 2000

mercoledì 23 ottobre 2013

Reading Between the Lines, Belgium

Architects: Gijs Van Vaerenbergh

Location: Looz, Limburg, Belgium

Stability: Ney&Partners
Execution: Cravero bvba (steal) / MEG (fundaments)
Initiator: Provincie Limburg / Z33
Year: 2011
Photographs: Filip Dujardin

Building of the year 2012




‘Reading between the lines’ is a project by the duo Gijs Van Vaerenbergh, a collaboration between young Belgian architects Pieterjan Gijs (Leuven, 1983) and Arnout Van Vaerenbergh (Leuven, 1983). Since 2007, they have been realizing projects in public space together that start from their architectural background, but have an artistic intention. Their projects do not always originate out of the initiative of a classical client, for example, and carry a large degree of autonomy. Their primary concerns are experiment, reflection, a physical involvement with the end result and the input of the viewer.




On September 24th, Gijs Van Vaerenbergh will reveal a construction in the rural landscape, by a cycle route, that’s based on the design of the local church. This ‘church’ consists of 30 tons of steel and 2000 columns, and is built on a fundament of armed concrete. Through the use of horizontal plates, the concept of the traditional church is transformed into a transparent object of art.







Depending on the perspective of the viewer, the church is either perceived as a massive building, or dissolves — partly or completely — into the landscape. Those viewers that look from the inside of the church to the outside, on the other hand, witness an abstract play of lines that reshapes the surrounding landscape. In this way, church and landscape can both be considered part of the work — hence also its title, which implies that to read between the lines, one must also read the lines themselves. In other words: the church makes the subjective experience of the landscape visible, and vice versa.









http://www.archdaily.com/298693/
http://gijsvanvaerenbergh.com/z-out/